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La crisi climatica è strettamente legata a razzismo e colonialismo, serve affrontarli insieme: il rapporto di Greenpeace

«Non possiamo capire la crisi ambientale senza capire il razzismo da cui è nata», avverte Greenpeace

«Non possiamo affrontare la crisi climatica senza affrontare il razzismo». Chiaro il monito di Greenpeace, che in un recente rapporto ha fatto luce sul profondo legame che unisce i due fattori. In particolare, denuncia l’organizzazione, il legame indissolubile tra il razzismo e la crisi climatica e ambientale è dovuto all’eredità del colonialismo.

Nonostante abbiano contribuito in maniera decisamente minore all’emergenza climatica, sono proprio le persone non bianche che, a livello globale, adesso ne stanno subendo le conseguenze più gravi e in tutto il mondo stanno perdendo in modo sproporzionato la vita e i mezzi di sussistenza a causa dell’emergenza ambientale. Questi impatti ricadono più pesanti su coloro che hanno fatto meno per provocarli e hanno meno risorse per essere in grado di affrontarli. Gran parte del carbonio dei combustibili fossili nell’atmosfera oggi proviene dall’Europa, dagli Stati Uniti e da altri paesi ricchi del nord del mondo, ma quasi tutti i paesi più colpiti dalla crisi climatica si trovano nel sud del mondo.

Anche all’interno delle nazioni più ricche si riscontrano dinamiche per cui le minoranze etniche vivono in condizioni ambientali peggiori. In un focus dedicato da Greenpeace UK al Regno Unito, il rapporto evidenzia che quasi la metà di tutti gli inceneritori di rifiuti si trova in aree con un’elevata popolazione di persone nere. A Londra le persone nere hanno maggiori probabilità di respirare «livelli illegali di inquinamento atmosferico rispetto ai gruppi bianchi e asiatici».
Eppure, il pubblico britannico mostra di non essere consapevole di queste differenze. In un recente sondaggio solo il 12 per cento degli interessati ha detto di ritenere che le minoranze etniche abbiano maggiori probabilità di avere un inceneritore nella propria zona, e il 16 per cento pensa che siano maggiormente colpite dall’inquinamento atmosferico a Londra.
Questo deriva da una mancata comprensione dell’eredità che ci portiamo dietro dal passato, spiega Greenpeace: «Non possiamo capire la crisi ambientale, o affrontarne le cause profonde, senza capire il razzismo da cui è nata».

È ora di fare i conti con il razzismo sistemico

«La maggior parte delle persone non si considera razzista e fa del proprio meglio per trattare tutti allo stesso modo», osserva Greenpeace. Ma le buone intenzioni degli individui sono contrapposte a un mondo che è stato costruito sulla base di determinate vite ed esperienze umane escludendo le altre. Nei secoli questa logica di fondo si è insinuata nelle leggi, nella cultura, nella struttura delle nostre città e spesso nelle parti più profonde della nostra mente, influenzando moltissimi aspetti della vita quotidiana, e l’ambiente non fa eccezione.

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Una miniera di oro in Ghana

L’eredità del colonialismo

Le ingiustizie legate all’emergenza climatica e ambientale sono un’eredità del colonialismo e delle relazioni di sfruttamento su cui si è basato. «Grazie al vantaggio tecnologico e all’oppressione coloniale, i paesi ricchi hanno spremuto enormi profitti dall’economia dei combustibili fossili, ponendo il mondo su un percorso di dipendenza dai combustibili fossili e causando gran parte delle emissioni associate, e hanno lasciato il Sud del mondo più povero, più esposto alle conseguente emergenza ambientale», e con meno risorse per affrontarne gli effetti.

Per secoli intere nazioni e comunità sono state trattate e percepite come inferiori o meno meritevoli di una vita dignitosa, denuncia Greenpeace, e ancora oggi questa visione del mondo radicata nei paesi più ricchi consente ai governi e all’industria di scaricare gli impatti ambientali sui Global South.
«Dal momento che gli impatti più pesanti della crisi climatica ricadono sui paesi più poveri e meno potenti, i giganti dei combustibili fossili e i governi del nord globale subiscono meno pressioni per affrontare il problema». Uno schema che si ripete anche in altri ambiti dell’emergenza ambientale, come la distruzione delle foreste pluviali portata avanti con lo scopo di produrre olio di palma, carne, legname e altri prodotti che finiscono nelle nostre case.

Siamo di fronte a un problema enorme, complesso e profondo, che non può essere risolto con soluzioni semplici e veloci. «Ma riconoscere queste disuguaglianze e sapere da dove vengono dev’essere il primo passo per affrontarle», scrive Greenpeace. E individua tre punti chiave sui quali è necessario fare passi avanti e agire subito per cambiare le cose.

  • Loss and damage (danni e riparazioni)

Serve riconoscere le responsabilità di chi ha avuto un ruolo più significativo nell’emergenza ambientale e climatica, che deve pagare la propria quota per riparare alle perdite e ai danni provocati nei paesi più vulnerabili (ne avevamo parlato qui). La prossima grande conferenza internazionale sul clima, la COP27, sarà il momento chiave per fare sì che questo accada.

  • Giustizia ambientale

Secoli di sfruttamento hanno determinato un forte vantaggio dei paesi più ricchi del nord del mondo a discapito di quelli del Global South. Ridare potere e risorse a questi paesi è fondamentale per affrontare il tema dell’ingiustizia ambientale, avverte Greenpeace. Molte le misure necessarie a centrare l’obiettivo: tra queste la cancellazione del debito, una riforma delle istituzioni internazionali, l’istituzione di tasse per chi inquina di più e la condivisione senza brevetti delle tecnologie verdi con il sud del mondo.

  • Un cambio di prospettiva

Abbiamo costruito un sistema economico che concepisce le persone e la natura come risorse da sfruttare a scopo di lucro, denuncia Greenpeace. Serve allontanarsi da questa visione e passare a un’economia fondata sul ripristino della natura e sulla prosperità e il benessere delle persone.

«La lotta per l’ambiente è una lotta per l’uguaglianza e la giustizia», conclude Greenpeace. «E la verità è che un ambientalismo che esclude i neri e altri gruppi emarginati non può mai vincere».

Il rapporto integrale di Greenpeace UK è disponibile a questo link.

Valeria Capettini

Nata a Milano nel 1991, mi sono laureata in Lettere per poi conseguire una laurea magistrale in Comunicazione. Dal 2021 sono iscritta all'Albo dei Giornalisti della Lombardia. Nel 2016 sono entrata a far parte della squadra di Meteo Expert: un'esperienza che mi ha insegnato tanto e mi ha permesso di avvicinarmi al mondo della climatologia lavorando fianco a fianco con alcuni dei maggiori esperti italiani in questo settore. La crisi climatica avanza, con conseguenze estremamente gravi sull’economia, sulla sicurezza e sulla vita stessa di un numero sempre maggiore di persone. Un'informazione corretta, approfondita e affidabile è più che mai necessaria.

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