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Biodiversità e crescita economica: possiamo evitare la catastrofe?

Arrivano i suggerimenti dalla comunità scientifica per le regolamentazioni ambientali con l'obiettivo di preservare la biodiversità

L’attività umana costituisce un’enorme minaccia per la biodiversità e la crescita economica è intimamente legata al peggiorare dei danni che vengono arrecati alla biosfera. Lo dice un nuovo articolo pubblicato sulla rivista scientifica Conservation Letters, che prende in esame la letteratura scientifica recente sul tema della relazione fra sviluppo economico e deterioramento di flora e fauna.

In cosa consiste la relazione fra deterioramento della biodiversità e sviluppo economico

Sfruttamento del suolo

Tale relazione è da ascrivere innanzitutto all’utilizzo sempre più spregiudicato dei suoli, che riduce e frammenta gli habitat a disposizione delle specie, mettendole sotto stress. Questo fenomeno deriva dall’aumento della popolazione, con la conseguente espansione delle aree urbane, e dall’aumento della domanda di cibo.

Però, l’espansione delle aree agricole (cresciute del 70-80% durante il ventesimo secolo) non è dovuta solamente all’incremento della popolazione, ma soprattutto al cambiamento delle abitudini alimentari: ad esempio il consumo di carne e prodotti diari cresce quando il Pil pro capite aumenta (come nei paesi in via di sviluppo) e, con esso, aumenta il territorio necessario per sfamare un singolo individuo.

Non solo, il ricorso all’agricoltura intensiva aumenta i rischi di erosione, degradazione e salinizzazione del suolo, con conseguenze a catena che colpiscono prima la comunità di organismi che abita questi suoli e poi l’intero ecosistema che gravita attorno ad essi.

Cambiamento climatico

I danni alla biosfera sono esacerbati poi dal cambiamento climatico, anch’esso dovuto al crescente sfruttamento delle risorse naturali da parte della società umana. Le specie animali e vegetali vedono le condizioni climatiche del loro habitat cambiare, fino a diventare insostenibili, causando estinzioni. Ad esempio, in Europa si stima che il 58% delle piante e delle specie vertebrate terrestri nelle aree protette si troverà in condizioni climatiche sfavorevoli entro il 2080.

Inoltre, ancor più del cambiamento delle condizioni meteo-climatiche medie, è il sempre più frequente accadere di eventi meteorologici estremi (alluvioni, ondate di calore, siccità) a mettere sotto scacco le comunità biologiche.

Gli effetti del cambiamento climatico e del consumo di suolo agiscono in sinergia: i tentativi di adattamento delle specie a nuove condizioni climatiche (ad esempio il loro spostamento) sono ostacolati dalla perdita e frammentazione degli habitat.

Introduzione di specie aliene

Lo sviluppo umano minaccia la biosfera anche attraverso gli scambi internazionali: questi azzerano i confini naturali, permettendo la colonizzazione di nuovi territori, che altrimenti sarebbe stata impossibile, a specie aliene. L’86% delle estinzioni documentate sulle isole (aree in genere evolutivamente separate dal resto del mondo) è da ascrivere a invasioni biologiche.

La degradazione della biosfera è pericolosa per l’uomo

L’articolo vuole suggerire di esplorare nuove traiettorie socioeconomiche, riconoscendo che la continua espansione delle attività umane (in generale espressa come crescita del Pil globale) è una minaccia per la biosfera.

È bene sottolineare che ciò che è pericoloso per gli altri organismi lo è anche per noi: la riduzione della varietà biologica (conseguente alle estinzioni) e l’aumento della commistione uomo-animale (conseguente all’invasione degli habitat selvatici) facilitano il meccanismo dello spill-over, cioè il salto di specie dagli animali all’uomo di microorganismi patogeni (come il Coronavirus). Preservare la biosfera equivale, insomma, a preservare la salute umana.

Cosa dovremmo fare per preservare la biodiversità

Date queste premesse, gli autori dell’articolo pubblicato su Conservation letters affermano che nei report internazionali che mirano all’istituzione di nuove politiche di contrasto alla degradazione ambientale dovrebbe essere eliminata la necessità di crescita economica. Anzi, dovrebbe essere riconosciuta la forte relazione esistente fra lo sviluppo economico e ciò che si vuole combattere. Invece di presupporre la crescita del Pil, secondo gli autori, bisognerebbe fissare un goal – ad esempio riportare la biodiversità ai livelli del 1940 – e da questo ricavare l’andamento dello sfruttamento delle risorse e del territorio necessario (e quindi la (de)crescita economica necessaria) per raggiungerlo. In particolare dovrebbe essere posta enfasi non più sul Pil, ma su indicatori di welfare e well-being.

Come dovremmo farlo

A questo proposito vengono suggerite una serie di misure che, se attuate, permetterebbero di ridurre i danni arrecati alla biosfera:

  • Limitare la commercializzazione di risorse sul mercato internazionale: questo dovrebbe ridurre il consumo di risorse e il trasporto di specie aliene.
  • Frenare le attività di estrazione delle risorse in aree ad alta biodiversità (si pensi allo sfruttamento dei suoli della foresta Amazzonica, che si riduce di giorno in giorno).
  • Rallentare l’espansione delle grandi infrastrutture (strade, aeroporti, dighe), che aumentano le capacità di sfruttamento del territorio e pongono una minaccia diretta agli habitat (si pensi alla frammentazione causata dalla costruzione di strade).
  • Ridurre gli orari di lavoro.
  • Diminuire la distanza fra produzione e consumo, incoraggiando (attraverso sovvenzioni e tasse) sistemi agricoli sostenibili e la produzione di cibo biologico locale, che si sviluppino in simbiosi con l’ambiente circostante.
  • Promuovere un’organizzazione urbana più compatta, efficientando l’utilizzo di suolo, magari con limitazioni al territorio a disposizione per l’urbanizzazione e all’espansione ai limiti delle città, così da salvaguardare la produzione agricola in tali aree.
  • Introdurre etichette che riportino l’impatto ambientale di ciascun prodotto e tassare la pubblicità dei prodotti che implicano sfruttamento di ecosistemi e territorio. Promuovere l’educazione sul consumo responsabile.

La crescita sostenibile come soluzione di compromesso che tenga conto della realtà

L’articolo in esame raccomanda di pensare alle strategie di sviluppo fissando, innanzitutto, gli obiettivi di conservazione e di welfare sociale, per poi esaminare quali traiettorie economiche potrebbero raggiungerli. Considerando la situazione attuale a livello internazionale, sembra però evidente che i compromessi siano necessari e non accettarli potrebbe portare a rinunciare anche a soluzioni parziali che possono essere ottenute con essi: come affermato nell’articolo citato, lo scenario di crescita sostenibile[1] può portare nel 2050 alla conservazione della biodiversità ai livelli del 2015, anziché a quelli del 1940. Meglio di niente, certo, ma lo studio deve comunque essere uno strumento di valutazione e di allerta sui pericoli derivanti dalla perdita di biodiversità.

La transizione non può avvenire attraverso la decrescita: probabilmente l’essere umano non ne sarebbe capace, spinto dall’istinto naturale al lavoro e alla crescita. Quel che emerge da questa analisi è che l’obiettivo non dovrebbe essere il Pil, ovvero il solo ritorno economico, ma l’aumento di valore nel senso lato del termine, che comprenda ad esempio il benessere, la bellezza e l’uguaglianza. L’articolo citato è una spinta a ribaltare la visione totalmente negativa della crescita economica come sfruttamento e devastazione: la crescita dell’economia dovrebbe essere invece maggiormente legata a risanamento ambientale e miglioramento della qualità della vita e dei servizi.

L’importanza della scienza

La transizione deve avvenire attraverso una crescita intelligente, basata su conoscenza, innovazione e apertura al cambiamento: sono gli studi scientifici e le scoperte tecnologiche che ci devono portare alla soluzione, creando opportunità e minimizzando le rinunce.

La politica dovrebbe però mettere a fuoco le criticità (come le conseguenze della degradazione ambientale) e, attraverso l’emanazione di nuove regolamentazioni, creare oggi la necessità che aguzza l’ingegno, necessità che il manifestarsi ritardato delle criticità nasconde ai nostri occhi miopi. La politica dovrebbe cioè avvicinare la realtà ai nostri occhi, la scienza della Terra costruire gli occhiali per vederla, la tecnologia e le scienze in generale essere le mani per manipolarla prima che sia troppo tardi.

[1] Si tratta dello scenario in cui l’umanità inizia subito un trend di decrescita delle emissioni climalteranti per arrivare, prima di fine secolo, ad emissioni negative, cioè ad assorbire parte dei gas serra immagazzinati in atmosfera.

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Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

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