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L’Italia è un Paese che si impoverisce mentre estrae, disbosca e cementifica

Il capitale naturale che non entra in bilancio: come si sta riscrivendo la contabilità nazionale

Da oltre dieci anni esiste uno standard internazionale che permetterebbe di integrare l’ambiente e la perdita di risorse naturali nella contabilità nazionale. Il problema non è più tecnico: è che nessuno risponde di quei conti.

La critica al prodotto interno lordo è diventata un genere letterario, e come tutti i generi ha finito per sostituire l’argomento con il gesto. Si cita Robert Kennedy, si osserva che il PIL cresce quando aumentano gli incidenti stradali, si conclude che serve “un altro modo di misurare il benessere”. È tutto vero e tutto inutile, perché non affronta il punto: il prodotto interno lordo fa esattamente ciò per cui è stato costruito, e lo fa bene.

Fu concepito negli anni Trenta per rispondere a una domanda precisa — quanto produce un’economia in un anno — in un momento in cui i governi occidentali non avevano idea di quanto profonda fosse la depressione in corso. Simon Kuznets, che ne guidò l’elaborazione per il Congresso americano, avvertì fin dal 1934 che il benessere di una nazione difficilmente si può dedurre da una misura del reddito nazionale. L’avvertimento era nella prima pagina del documento fondativo. È stato ignorato per novant’anni non perché fosse oscuro, ma perché il numero era comodo.

La critica utile, quindi, non è che il PIL misuri la cosa sbagliata. È che sia diventato l’unico numero dotato di conseguenze istituzionali — parametri di bilancio, rating sovrani, contributi alle organizzazioni internazionali, valutazione dei governi — mentre le grandezze che decidono la sostenibilità di un’economia non hanno alcun bilancio in cui comparire.

Il difetto tecnico, spiegato per bene

C’è un modo preciso di descrivere il vizio, ed è meno retorico dell’esempio dell’alluvione.

La contabilità nazionale distingue con cura fra flussi e stock, e sa che i secondi si consumano. Nei conti esiste una voce chiamata consumo di capitale fisso: se un’impresa logora i propri macchinari, quel deperimento viene sottratto, ed è la ragione per cui accanto al prodotto interno lordo esiste un prodotto interno netto. La logica è quella di qualunque bilancio aziendale: un ricavo ottenuto vendendo gli impianti non è utile, è liquidazione.

Il capitale naturale non riceve lo stesso trattamento. Un paese che estrae il proprio petrolio, svuota le proprie falde acquifere, esaurisce i propri stock ittici o consuma il proprio suolo agricolo registra tutto questo come produzione corrente. Nulla viene sottratto, perché quelle risorse non figurano in nessun conto patrimoniale nazionale. Non stiamo parlando di un’imprecisione: stiamo parlando di una contabilità in cui la vendita dell’attivo è classificata come ricavo di esercizio.

È questa asimmetria — non l’aneddoto delle macerie da rimuovere — il vero difetto strutturale. E ha una conseguenza politica diretta: due paesi con lo stesso tasso di crescita possono trovarsi uno in accumulazione e l’altro in dissipazione, e le statistiche ufficiali sono incapaci di distinguerli.

Lo standard esiste già

La parte della vicenda che quasi mai viene raccontata è che la soluzione contabile non è una proposta accademica in attesa di ascolto. È uno standard statistico internazionale, adottato, in vigore e in parte obbligatorio.

Si chiama Sistema di contabilità economica e ambientale — la sigla internazionale è SEEA — ed è stato adottato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unite nel 2012 per il suo quadro centrale, quello che tratta risorse naturali, flussi di materia ed energia, spese ambientali e imposte ambientali. Nel 2021 la stessa Commissione ha adottato la parte più ambiziosa e più contesa: la contabilità degli ecosistemi, che porta dentro i conti la superficie, la condizione e i servizi resi dagli ecosistemi. È stata la prima volta che la regolazione idrica di una foresta o la protezione costiera offerta da una duna sono entrate in uno standard statistico internazionale.

In Europa la materia non è nemmeno facoltativa. Un regolamento comunitario del 2011, successivamente ampliato, obbliga gli Stati membri a produrre e trasmettere moduli di contabilità ambientale — emissioni atmosferiche per attività economica, flussi di materia, imposte ambientali, spese per la protezione dell’ambiente — con revisioni recenti che hanno aggiunto conti forestali, sussidi ambientali e conti degli ecosistemi. L’Istituto nazionale di statistica li produce regolarmente. Sono pubblici. Non li legge quasi nessuno.

Nel 2025, infine, la Commissione statistica delle Nazioni Unite ha approvato la nuova revisione del Sistema dei conti nazionali, il manuale che definisce come si calcola il prodotto interno lordo in tutto il mondo. La revisione contiene un trattamento più rigoroso dell’esaurimento delle risorse naturali e collegamenti espliciti con la contabilità ambientale. Non è la sostituzione del PIL, che nessuno propone seriamente: è l’ingresso del capitale naturale nell’impianto ufficiale, per la via lenta e non spettacolare della revisione dei manuali. È così che cambiano davvero le cose in statistica.

L’Italia ha fatto più di quanto sappia

Su questo terreno il caso italiano è sorprendente, e vale la pena raccontarlo perché contraddice l’aspettativa.

L’Italia dispone dal 2015 di un Comitato per il capitale naturale, organismo istituito per legge e presieduto dal ministero competente, che pubblica un rapporto annuale sullo stato del capitale naturale nazionale. È uno dei pochi paesi al mondo ad avere un organismo pubblico permanente con questo mandato specifico.

Ancora più notevole è ciò che è accaduto al ciclo di bilancio. Con la riforma della legge di contabilità del 2016, l’Italia ha inserito gli indicatori di benessere equo e sostenibile — un insieme di misure elaborate dall’Istituto nazionale di statistica che coprono salute, istruzione, disuguaglianza, ambiente, sicurezza — dentro i documenti programmatici di finanza pubblica. Il governo è tenuto a indicarne l’andamento previsto e a riferire sugli effetti che le misure di bilancio producono su di essi. È stato, nel momento in cui venne adottato, uno degli esperimenti più avanzati al mondo di integrazione fra misure di benessere e decisione fiscale.

Detto questo, l’onestà impone la valutazione degli esiti, ed è deludente. L’allegato sul benessere è diventato un adempimento documentale. Non risulta che abbia mai modificato in modo riconoscibile l’allocazione di una risorsa contesa, e nel dibattito parlamentare sulla manovra la sua incidenza è prossima allo zero. Il che porta al cuore della questione.

Il vero ostacolo non è la misura

Il problema della contabilità ambientale, oggi, non è più metodologico e non è più giuridico. È di responsabilità istituzionale.

Il prodotto interno lordo conta perché qualcuno ne risponde. C’è un parametro europeo che lo mette a denominatore, ci sono agenzie che lo usano per valutare la solvibilità di uno Stato, ci sono elezioni che se ne occupano. Il capitale naturale non ha nulla di tutto questo: nessuna soglia, nessuna sanzione, nessun costo del debito che vi si agganci, nessun ministro che cada perché lo stock ittico nazionale si è ridotto. Un conto che non produce conseguenze non è un conto: è una pubblicazione.

Ed è per questo che l’invocazione di “nuovi indicatori” è una risposta insufficiente. Gli indicatori esistono già, sono numerosi, sono metodologicamente robusti e sono in gran parte obbligatori. Ciò che manca è il meccanismo che li renda vincolanti per qualcuno. Fino a quel momento, aggiungere una decima metrica alle nove esistenti non modificherà una singola decisione.

Le obiezioni serie

Sarebbe scorretto presentare la contabilità del capitale naturale come una soluzione priva di problemi. Ne ha almeno tre, e le prime due sono tecniche.

La valutazione monetaria degli ecosistemi è, in molti casi, un esercizio di stima con margini di incertezza vastissimi. Quanto vale l’impollinazione? Quanto vale la regolazione termica di un bosco urbano? Esistono metodologie, ma i risultati variano in funzione delle assunzioni in modo che nessuna contabilità aziendale tollererebbe. La contabilità in unità fisiche — ettari, tonnellate, metri cubi — è molto più solida, e non a caso lo standard internazionale la privilegia.

C’è poi il problema della sostituibilità. Mettere il capitale naturale e quello prodotto nella stessa unità di misura suggerisce implicitamente che siano intercambiabili: che si possa compensare la perdita di una falda acquifera con un’autostrada di pari valore contabile. Per alcune componenti è vero, per altre è fisicamente falso, e nessuna somma algebrica lo segnala.

La terza obiezione è etica ed è quella più frequentemente sollevata dal mondo ambientalista: attribuire un prezzo alla natura significa renderla scambiabile, e quindi vendibile. È un’obiezione seria, ma ha una controindicazione altrettanto seria. In assenza di qualunque valore contabile, il capitale naturale non entra nei confronti costi-benefici con valore zero: ci entra come assente. E un’assenza perde ogni volta contro un numero, per piccolo che sia.

Che cosa cambierebbe davvero

La proposta ragionevole non è sostituire il prodotto interno lordo, che resta un ottimo misuratore di ciò che misura. È affiancargli un conto patrimoniale nazionale — attivi e passivi, in unità fisiche dove il denaro non ha senso — e attribuirgli conseguenze: sottoporlo a certificazione indipendente, farlo entrare nelle valutazioni di sostenibilità del debito, agganciarlo all’accesso ai fondi comuni europei.

Sarebbe, nella sostanza, ciò che si è fatto con i bilanci pubblici quando si è smesso di guardare solo al saldo annuale e si è cominciato a guardare anche allo stock di debito. Nessuno sostiene che il deficit non conti. Si sostiene che guardare il deficit ignorando il debito sia un modo per fallire con ordine — e che un paese possa impoverirsi anno dopo anno pur registrando, ogni dicembre, un aumento del prodotto interno lordo.

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