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Una nuova era rinnovabile è iniziata: il ruolo dell’amministrazione Biden

Biden favorirà la transizione verde, ma è la forza del mercato, spinto dall’innovazione tecnologica, che sta determinando la fine dell’era del petrolio

Il cambiamento climatico è uno dei temi che ha visto maggiormente contrapposti i due sfidanti alla Casa Bianca: Joe Biden ha definito il riscaldamento globale una “minaccia esistenziale”, Trump “una bufala”. Le emissioni di gas serra degli Stati Uniti sono seconde solo a quelle della Cina battendola però in emissioni pro capite: l’approccio degli USA al tema della transizione verde non può che essere decisivo per la riuscita degli obiettivi climatici dell’intero globo. L’urgenza dell’azione rende ancora più fondamentale quello che accadrà proprio nella prossima legislatura. Bracken Hendricks, che ha contribuito a formulare gli impegni di Biden per il clima, ha dichiarato prima delle elezioni: “La salute dell’economia e il destino del Pianeta sono assolutamente in bilico”. Ma è davvero così?

Facciamo innanzitutto un passo indietro e capiamo cosa distingue i due ex-contendenti.

Cosa ha fatto Trump

Fin dalla sua elezione, Trump ha fatto di tutto per cancellare le azioni intraprese dal suo predecessore per contrastare la crisi climatica. Il Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University ha contato ben 159 azioni (comprese anche quelle poi bloccate dagli organi legislativi) dall’inizio del suo mandato alla fine della scorsa estate per ridurre o eliminare misure di contrasto al cambiamento climatico. Fra queste, ha innanzitutto fatto uscire gli USA dagli accordi di Parigi, ha approvato progetti dell’Oil&Gas precedentemente bloccati da Obama, fra cui pozzi petroliferi offshore nell’Artico (dando a Eni il permesso di installare trivelle di esplorazione), ha reso meno stringenti gli standard di risparmio di carburante, ha allentato le regole ambientali per le centrali a carbone e per il contenimento delle perdite di metano.

La riduzione delle tasse federali per le aziende ha permesso alle compagnie petrolifere risparmi non trascurabili: si stimano 193 milioni per la sola ExxonMobil nel 2018.

Non finisce qui, perché Trump ha cercato in ogni modo di ostacolare la scienza: è recente la notizia di un vero e proprio bavaglio posto al Dipartimento dell’Energia con più di 40 rapporti scientifici sulla convenienza di investire nelle rinnovabili bloccati o resi difficilmente consultabili. Rapporti in genere usati dalle aziende per capire dove, quanto e come investire nelle rinnovabili.

L’industria fossile lo ha premiato per questo: i finanziamenti alla campagna elettorale da parte dell’Oil&Gas diretti a Trump sono stati più del doppio di quelli diretti a Biden.

L’impegno di Biden per il clima

Biden ha annunciato un piano da 2200 miliardi di dollari per la decarbonizzazione della rete elettrica statunitense entro il 2035 e dell’intera economia USA entro il 2050. In particolare vuole spendere 400 miliardi di dollari per ricerca e innovazione energetica, ridando forza alle falcidiate scienza ed innovazione, e vuole richiedere nuove normative e investimenti nelle tecnologie verdi quali veicoli elettrici, eolico, solare, idrogeno e cattura del carbonio. Riporterà gli Stati Uniti negli Accordi di Parigi e ripristinerà le regolamentazioni ambientali cancellate da Trump.

Clima e lavoro

Secondo Biden, il suo piano creerà milioni di posti di lavoro. La posizione di Biden, infatti, cerca di conciliare la transizione verde con la tutela del lavoro: sebbene all’apparenza essa comporti perdita di posti di lavoro (nell’Oil&Gas), “la letteratura scientifica che esamina gli effetti sull’occupazione dice che in realtà si tratta principalmente di riallocare i posti di lavoro da un settore all’altro” (David Popp, economista presso la Maxwell School della Syracuse University). Meno addetti petroliferi o minatori di carbone, insomma, e più installatori di impianti fotovoltaici e manutentori eolici, come anche più posti di lavoro poco qualificati (ideali per sostituire i precedenti) ad esempio nella bonifica di miniere o nella protezione degli edifici dagli eventi estremi. Si creano addirittura più posti di lavoro di quanti non si distruggano: le rinnovabili ne generano 7.49 per ogni milione di dollari investito, i combustibili fossili solamente 2.65.

La stessa retorica di Trump (che durante la presidenza Obama ha accusato l’EPA di essere “uno dei più grandi killer del lavoro”) è spesso priva di fondamento: ad esempio in Pennsylvania, uno degli stati target di questo genere di campagne trumpiane, nel 2019 i posti di lavoro nel risparmio energetico erano quasi il doppio di quelli nell’estrazione di carbone, petrolio e metano.

Biden ha così guadagnato l’appoggio sia degli attivisti ambientali che dei democratici centristi e dei lavoratori – appoggio fondamentale per la vittoria.

Quale impatto se le promesse venissero realizzate?

Effetti nel breve termine

Da marzo, a seguito dei lockdown e della conseguente riduzione della domanda di energia, l’industria fossile è sprofondata nella più profonda crisi dalla Seconda Guerra Mondiale, con una drastica diminuzione dei prezzi che hanno toccato i minimi storici. Le conseguenze della pandemia sulle rinnovabili, invece, sono state molto più contenute: fra i tanti motivi, in caso di riduzione della domanda di energia conviene mantenere la produzione rinnovabile e smettere di bruciare combustibile fossile, che, a differenza del sole e del vento, non è certo gratuito. Le possibilità di ripresa del fossile sono quindi fortemente legate all’evolversi dell’epidemia e alle modalità del successivo risollevarsi dell’economia.

Per questo, alcune delle misure promesse da Biden sembrano essere, in realtà, di poco conto nel breve termine: uno stop ai permessi di trivellazione nei terreni federali poco importerebbe a compagnie petrolifere che attualmente hanno già parecchi permessi inutilizzati e, data la situazione, non hanno certo velleità di crescita della propria produzione. Lo stesso vale per altri interventi di regolamentazione dell’industria del fossile. Se i prezzi del petrolio non si risolleveranno, insomma, le politiche di Biden – o equivalentemente quelle che sarebbero state le politiche di Trump – non faranno grande differenza.

Addirittura, alcuni osservatori ipotizzano che l’elezione di Biden potrebbe accelerare la ripresa dell’industria del petrolio dalla crisi: misure più decise per combattere l’epidemia permetterebbero di superarla al più presto, dando maggiori possibilità di ripresa al fossile. Anche la fine della guerra commerciale con la Cina favorirebbe questo scenario.

In sostanza, la produzione di petrolio statunitense non è legata tanto alle politiche governative quanto al prezzo del petrolio stesso: insomma, ai mercati. Se da una parte le nuove restrizioni ambientali aumenterebbero i costi di estrazione, disincentivandola, dall’altro interventi in ambiti apparentemente avulsi dal problema climatico potrebbero aumentare i prezzi di vendita del petrolio, favorendone l’estrazione.

Effetti nel lungo termine

Se le politiche annunciate da Biden avranno probabilmente ben poca rilevanza nel breve termine, nel lungo termine potranno invece ricoprire un ruolo non trascurabile.

Innanzitutto, il rientro negli Accordi di Parigi e i piani di decarbonizzazione promessi da Biden lanceranno un segnale forte alla comunità internazionale. La pressione sarà maggiore anche su leader, quali Putin e Bolsonaro, che finora hanno assunto posizioni ambigue o completamente contrarie alla lotta ai cambiamenti climatici.

Inoltre, secondo Climate Action Tracker, date le ingenti emissioni del paese, se gli Stati Uniti si unissero agli altri paesi del G7 nel fissare un obiettivo di zero emissioni nette, gli impegni formali a favore della decarbonizzazione salirebbero dall’attuale 51% al 63% delle emissioni mondiali. L’intero pianeta si porterebbe così, almeno sulla carta, più vicino agli obiettivi di Parigi.

Cosa ha davvero importanza: una nuova era

C’è però una forza più potente di Putin o di Bolsonaro o persino del presidente degli Stati Uniti: è la forza dell’economia.

Sarà l’economia, non le politiche degli stati, a determinare le sorti dell’industria del petrolio. E l’economia sembra aver già deciso tale sorte.

Già negli anni ’70, Sheikh Yamani, storico segretario generale dell’OPEC (Organization of Petroleum Exporting Countries), affermò:

L’era della pietra non finì per esaurimento delle pietre, allo stesso modo anche l’era del petrolio finirà molto prima del suo esaurimento.

Intendeva: a causa dell’innovazione tecnologica.

Questa previsione è probabilmente azzeccata: l’innovazione sta ormai affossando l’industria del petrolio. All’inizio di ottobre, Exxon Mobil (che solo nel 2011 era la più grande società al mondo per capitalizzazione di mercato) è stata superata proprio per capitalizzazione da NextEra Energy, la principale compagnia delle rinnovabili. Per uno scherzo del destino l’utile della NextEra Energy nei primi sei mesi del 2020 è stato pari alle perdite subite da Exxon. D’altra parte, le rinnovabili sono ormai la nuova fonte di energia più economica per due terzi della popolazione mondiale e il loro prezzo è destinato a scendere ulteriormente.

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Transizione di potere: la capitalizzazione di mercato di NextEra Energy supera quella di Exxon e di Chevron. Fonte: Bloomberg

La politica, ormai, se anche decidesse di rimanere attaccata ai disperati e morenti tentativi di lobbying del fossile, non potrebbe che ritardare l’inevitabile. I leader futuri dell’energia saranno invece coloro che decideranno di cavalcare il cambiamento. Quello che Biden ha chiamato “historic investment in energy and climate research and innovation” potrebbe rivelarsi una decisione cruciale per il futuro del suo paese: se funzionerà, permetterà agli Stati Uniti di essere leader della nuova economia e non rappresentante fiaccato di un passato sempre più sbiadito e rancoroso.

Puntare sull’innovazione tecnologica e sulla ricerca nel campo delle tecnologie verdi significa puntare ad essere leader del futuro.

E non si tratta più di sovvertire uno status quo fossile, ma di affiancare e supportare una rivoluzione già pienamente in atto.

Grazie alla tecnologia e all’innovazione, il compito dei governi che vogliono garantire un florido futuro ai propri paesi, sia nel lungo termine – contenendo i cambiamenti climatici – sia nel breve – mantenendoli al passo del nuovo sistema energetico –, non è più cercare di far prendere una direzione diversa al fiume dell’economia, con paletti e dighe, ma, piuttosto, farlo scorrere più veloce, levigandone il fondale.

Elisa Terenghi

Nata a Monza nel 1994, mi sono laureata in Fisica del Sistema Terra presso l’Università di Bologna nel marzo 2019, conseguendo anche l’Attestato di formazione di base di Meteorologo del WMO. Durante la tesi magistrale e un successivo periodo come ricercatrice, mi sono dedicata all’analisi dei meccanismi di fusione dei ghiacciai groenlandesi che interagiscono con l’oceano alla testa dei fiordi. Sono poi approdata a Meteo Expert, dove ho l’occasione di approfondire il rapporto fra il cambiamento climatico e la società, occupandomi di rischio climatico per le aziende.

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