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La natura entra nei conti ma non nelle decisioni, cinquantotto anni dopo Kennedy

Nel 2024 l’Italia ha perso 7.850 ettari netti di suolo, il valore più alto degli ultimi dodici anni

Cinquantotto anni dopo il discorso di Robert Kennedy, il problema non è più ciò che non sappiamo misurare: gli strumenti statistici esistono, l’Italia li ha inseriti nella programmazione economica e l’Europa li ha trasformati in standard comuni. La natura entra nei conti, ma il peggioramento degli indicatori ambientali non produce ancora soglie, responsabilità o conseguenze paragonabili a quelle associate alle grandezze economiche.

Non c’è niente da scoprire nella critica all’idea che la crescita economica coincida automaticamente con il progresso. Robert Kennedy la formulò cinquantotto anni fa con parole diventate celebri. Se nel 2026 continuiamo a citare quel discorso dopo aver costruito nuovi strumenti, ma senza averli resi determinanti nel modo in cui le decisioni pubbliche vengono valutate, il problema non è la mancanza di un’intuizione nuova. È l’incapacità di trasformare un’intuizione ormai condivisa in una regola istituzionale.

Kennedy parlava del PNL, non del PIL

Nel discorso pronunciato all’Università del Kansas il 18 marzo 1968, Kennedy parlò di prodotto nazionale lordo, non di prodotto interno lordo. La distinzione è importante: il PNL segue l’attività economica riconducibile ai residenti di un Paese, mentre il PIL misura ciò che viene prodotto entro i suoi confini. Confonderli è un’imprecisione frequente, anche se non cambia il nucleo della sua critica: entrambi sono indicatori dell’attività economica, non misure complete del benessere o della qualità della vita.

Kennedy ricordò che il PNL cresceva con l’inquinamento dell’aria, le ambulanze chiamate sulle strade, le prigioni, la distruzione delle foreste, le armi e la violenza trasformata in spettacolo. Nello stesso tempo non registrava la salute dei bambini, la qualità della loro istruzione, la bellezza della poesia, la solidità delle relazioni, l’intelligenza del dibattito pubblico o l’integrità delle istituzioni. La frase rimasta nella memoria collettiva condensava l’accusa: «Misura tutto, in breve, tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Non era una lezione di contabilità ambientale. Il discorso riguardava anche la povertà, il razzismo, il Vietnam, la violenza e la perdita di fiducia nelle istituzioni. Ridurlo a una citazione ecologista significa impoverirlo. Kennedy contestava un’idea più generale: che l’accumulazione di beni e di transazioni potesse diventare la misura sufficiente del valore prodotto da una società.

Ciò che nel 1968 non esisteva oggi esiste

Nel 1968 non esisteva ancora un sistema internazionale maturo e condiviso capace di collegare in modo coerente economia e ambiente. Oggi quel vuoto tecnico si è molto ridotto. Le Nazioni Unite hanno adottato nel 2012 il quadro centrale del System of Environmental-Economic Accounting, il SEEA, come standard statistico internazionale. Nel 2021 hanno aggiunto il quadro per la contabilità degli ecosistemi, che registra la loro estensione, le loro condizioni e i servizi che forniscono alla società e all’economia.

L’Unione europea ha inserito questi strumenti nel proprio sistema statistico. Il Regolamento europeo 2024/3024, adottato il 27 novembre 2024 e pubblicato il 6 dicembre, ha aggiunto ai conti economico-ambientali europei tre nuovi moduli: i conti delle foreste, i conti dei contributi ambientali e trasferimenti analoghi e i conti degli ecosistemi. Il regolamento ricorda esplicitamente che il quadro centrale del SEEA fu adottato nel 2012 e la contabilità degli ecosistemi nel 2021. Non siamo più soltanto nel territorio delle proposte sperimentali: esistono definizioni, classificazioni e criteri comuni con cui gli Stati possono produrre dati confrontabili, anche se la valutazione monetaria di alcuni servizi ecosistemici rimane in evoluzione.

Anche l’Italia ha compiuto passi reali. In base alla legge 163 del 2016, dal 2017 un insieme di dodici indicatori di benessere equo e sostenibile è entrato nel ciclo della programmazione economica. L’Istat fornisce gli aggiornamenti al Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ne analizza l’andamento nei documenti destinati al Parlamento. Nel 2024 il Ministero ha analizzato per la prima volta anche un indicatore sul consumo di suolo. La Relazione BES 2026 lo include nuovamente e gli dedica anche un approfondimento previsionale. Il monitoraggio, dunque, non è rimasto episodico.

Dire che non sia cambiato nulla sarebbe quindi falso. Abbiamo costruito strumenti che Kennedy non aveva. Il problema si è spostato: da ciò che non sapevamo misurare a ciò che misuriamo senza attribuirgli un peso sufficiente nelle decisioni.

Perché il PIL continua a comandare

Esiste un’obiezione seria. Il PIL è un solo numero, viene prodotto con regolarità, può essere aggiornato rapidamente ed è comparabile tra Paesi e nel tempo. Un insieme di indicatori ambientali e sociali è più difficile da leggere: contiene grandezze diverse, arriva con tempi differenti e non può sempre essere ridotto a una cifra unica. Chi prepara una legge di bilancio, stabilisce una regola fiscale o confronta la situazione di ventisette Stati ha bisogno di indicatori operativi, non soltanto di descrizioni corrette della realtà.

È una difesa del PIL più robusta della semplice inerzia. Ma non basta. La politica economica già oggi non dipende da un unico numero. Debito e deficit sono soggetti a soglie e procedure; l’inflazione orienta la politica monetaria; occupazione, produttività, investimenti e bilancia commerciale concorrono alle decisioni. Non hanno tutti lo stesso status giuridico né producono le stesse conseguenze, ma nessuno sostiene che la loro pluralità li renda inutilizzabili.

La complessità non impedisce di attribuire conseguenze a ciò che consideriamo importante. Impedisce soltanto di fingere che un unico indicatore possa raccontare tutto.

Gli indicatori ambientali vengono osservati. Il PIL viene utilizzato

Questa è l’asimmetria decisiva. Gli indicatori ambientali entrano negli allegati, nei rapporti e nelle relazioni. Il PIL entra nelle previsioni, nei rapporti debito prodotto, negli obiettivi di finanza pubblica e nel giudizio sull’azione del governo. I primi descrivono ciò che sta accadendo; il secondo contribuisce a determinare ciò che si può fare.

Un indicatore diventa politicamente efficace quando il suo peggioramento obbliga qualcuno a motivare una scelta, a correggerla, a compensarne gli effetti o ad assumersene la responsabilità. Senza una soglia, un obiettivo verificabile e un’amministrazione chiamata a risponderne, anche il dato migliore resta informazione. Può essere discusso e poi archiviato senza modificare la decisione che lo ha prodotto.

Non si tratta necessariamente di sostituire il PIL con un nuovo numero magico, né di assegnare un prezzo a ogni elemento della natura. Significa riconoscere ad alcune grandezze fisiche — suolo consumato, disponibilità d’acqua, emissioni, stato degli ecosistemi — uno status istituzionale proporzionato alla loro importanza. La monetizzazione può aiutare a rendere visibili costi oggi nascosti, ma non deve suggerire che ogni perdita sia compensabile pagando.

L’Italia conosce con precisione il suolo che perde

L’ultima edizione disponibile del rapporto ISPRA e SNPA sul consumo di suolo, pubblicata nel 2025 con dati relativi al 2024, offre una dimostrazione quasi didattica.

Nel 2024 l’Italia ha trasformato in nuove aree artificiali 8.370 ettari di territorio. Sottraendo i 520 ettari ripristinati, il consumo netto è stato di 7.850 ettari: il valore più alto degli ultimi dodici anni. Il ritmo ha raggiunto 2,7 metri quadrati al secondo, quasi 230.000 metri quadrati al giorno. Edifici, infrastrutture e altre coperture artificiali occupano ormai più di 21.500 chilometri quadrati, pari al 7,17 per cento del territorio italiano, contro una media europea del 4,4 per cento.

Il contrasto fra i linguaggi è rivelatore. La Relazione BES 2026 riporta per il 2024 un consumo netto di suolo pari a 7.850 ettari: lo stesso valore che ISPRA definisce il più alto degli ultimi dodici anni. Nella sintesi pubblicata dal Sistema statistico nazionale, tuttavia, l’indicatore viene collocato fra quelli «in lieve peggioramento». Le due formulazioni non sono tecnicamente contraddittorie: una descrive la variazione dell’indicatore, l’altra la sua posizione nella serie storica. Ma mostrano che cosa accade quando un primato ambientale entra in un documento economico senza essere associato a una soglia, a una responsabilità o a una conseguenza: il dato viene registrato, classificato e infine assorbito. Resta nei conti, ma non cambia le decisioni.

Conosciamo la quantità, la velocità e la distribuzione geografica della perdita. ISPRA stima anche che il consumo di suolo avvenuto tra il 2006 e il 2024 abbia prodotto una perdita annuale di servizi ecosistemici compresa tra 8,66 e 10,59 miliardi di euro. È una stima, non una fattura iscritta nel bilancio dello Stato. Ed è precisamente questa la differenza: il costo viene calcolato, ma non riduce il risultato economico con il quale giudichiamo le politiche che hanno contribuito a generarlo.

Il punto non è dunque che il consumo di suolo sia assente dai documenti economici nazionali. Non esiste però una soglia generale di finanza pubblica che scatti quando aumenta, né un meccanismo automatico che imponga di indicare come verrà compensato o quale amministrazione risponderà del mancato obiettivo. Lo misuriamo con precisione. Non gli abbiamo ancora attribuito un potere equivalente a quello delle grandezze economiche che orientano le decisioni.

Il conflitto che una buona contabilità dovrebbe mostrare

Il caso più scomodo riguarda proprio la transizione energetica. Nel 2024 i nuovi impianti fotovoltaici a terra hanno occupato 1.702 ettari, più di quattro volte i 420 ettari rilevati nel 2023. L’80 per cento dei terreni occupati era precedentemente destinato a usi agricoli. Da soli, gli impianti fotovoltaici a terra hanno rappresentato circa un quinto degli 8.370 ettari lordi trasformati durante l’anno. Il rapporto li colloca tra le componenti del nuovo consumo di suolo reversibile e precisa che gli impatti cambiano secondo il tipo di impianto.

Il dato non è un argomento contro il fotovoltaico. È un argomento a favore di decisioni migliori. Decarbonizzare il sistema energetico e proteggere il suolo sono entrambi obiettivi pubblici necessari, ma possono entrare in conflitto in base a dove e come vengono realizzati gli impianti. Tetti, parcheggi, aree industriali dismesse, cave e soluzioni agrivoltaiche non producono gli stessi effetti di un impianto collocato su un terreno agricolo, e anche fra gli impianti a terra esistono differenze importanti.

Una contabilità ambientale efficace dovrebbe rendere visibile questo scambio e obbligare le istituzioni a confrontare alternative, localizzazioni e conseguenze. Nell’assetto attuale gli obiettivi energetici e quelli di tutela del suolo vengono monitorati, ma il conflitto fra i due non entra con lo stesso peso nei principali conti usati per valutare gli investimenti pubblici e le politiche economiche. Il risultato è che possiamo celebrare un aumento della capacità rinnovabile senza registrare nello stesso bilancio la riduzione del capitale naturale impiegato per ottenerla.

Non serve sostituire il PIL. Serve decidere che cosa non può ignorare

La risposta non è costruire un PIL verde capace di comprimere biodiversità, acqua, suolo, salute e coesione sociale in una sola cifra. Un indicatore unico sarebbe comodo, ma riprodurrebbe proprio il difetto che si vuole correggere: nascondere differenze decisive dentro un totale apparentemente semplice.

È più realistico individuare un numero limitato di grandezze fisiche essenziali e attribuire a ciascuna una traiettoria, una soglia, un’amministrazione responsabile e un obbligo di risposta. Se una misura economica aumenta il consumo netto di suolo oltre il percorso stabilito, il governo dovrebbe quantificarne l’effetto, spiegare perché non esiste un’alternativa meno dannosa e indicare le azioni di riduzione o ripristino. Lo stesso principio può valere per le emissioni, la disponibilità idrica e la condizione degli ecosistemi.

Non sarebbe una rivoluzione contro la contabilità economica. Sarebbe il suo completamento. Un Paese può aumentare il flusso annuale di beni e servizi mentre riduce lo stock di risorse da cui dipendono la produzione futura, la sicurezza e il benessere. Se osserviamo soltanto il flusso, possiamo chiamare crescita un processo che ci rende più poveri.

Prendere Kennedy sul serio

Robert Kennedy non aveva a disposizione i conti degli ecosistemi, le mappe satellitari del consumo di suolo, gli indicatori BES o standard internazionali condivisi. Poteva denunciare l’insufficienza morale di un numero. Noi possiamo misurare almeno una parte di ciò che quel numero escludeva.

Per questo il fatto che la sua frase sia ancora attuale non dimostra che nulla sia cambiato. Dimostra qualcosa di più scomodo: abbiamo costruito gli strumenti e ci siamo fermati prima di attribuire loro conseguenze. Siamo passati da «non sappiamo misurarlo» a «lo misuriamo e non lo usiamo abbastanza per decidere».

Gli indicatori ambientali vengono osservati. Il PIL viene utilizzato. Finché questa asimmetria resterà intatta, continueremo a citare Kennedy mentre facciamo esattamente ciò che denunciava: registrare il valore delle attività economiche e lasciare fuori dal conto una parte di ciò che rende possibile la vita, la sicurezza e il futuro.

Kennedy non ha bisogno di essere citato ancora una volta. Ha bisogno di essere finalmente preso sul serio.

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