ApprofondimentiClimaPrimo PianoTerritorio

Il clima minaccia la produzione delle imprese, non più soltanto la loro reputazione

Nei primi giorni di agosto 2026 Confcooperative ha segnalato un calo della produzione di latte di circa il 10 per cento rispetto all’ultima settimana di luglio, calo attribuito al caldo. Uno studio su PLOS Climate ricostruisce come, già nel 1989, l’associazione statunitense degli allevatori bovini affrontasse il rischio del riscaldamento globale, ma solo come una questione d’immagine. Oggi ai rischi reputazionali e commerciali si aggiungono conseguenze fisiche sempre più evidenti nei conti aziendali. La risposta riguarda tutte le imprese: ridurre le emissioni, prepararsi agli impatti e condividere gli investimenti necessari.

Il rischio climatico entra nel conto economico

Il 3 agosto 2026 Confcooperative Agroalimentare ha segnalato una contrazione della produzione di latte di circa il 10 per cento nei primi giorni del mese rispetto all’ultima settimana di luglio, attribuita allo stress termico. Non è un bilancio dell’intera estate, ma una segnalazione riferita alla fase di caldo intenso. Alessandro Mocellin, presidente del settore latte dell’organizzazione, ha richiamato anche l’emergenza idrica nella Pianura Padana, la scarsità di foraggi e i rincari del gasolio agricolo. Lo stesso comunicato segnala aumenti dei costi energetici superiori al 15 per cento, senza precisare il periodo di confronto, e interruzioni della fornitura elettrica in diverse aree del Paese.

Nessuna di queste voci è un problema di percezione. Sono righe di bilancio: meno prodotto vendibile, più energia per ottenerlo, maggiore incertezza sugli approvvigionamenti. Un allevatore che oggi guarda il conto economico non ha davanti una controversia sul clima. Ha davanti una contrazione del margine.

È da qui che conviene partire: il cambiamento climatico non è mai stato soltanto una questione di opinioni, ma oggi le sue conseguenze sono sempre più riconoscibili nelle variabili che un’impresa deve gestire.

Nel 1989 la priorità era difendere la domanda

Lo studio pubblicato il 7 ottobre su PLOS Climate, firmato da Jennifer Jacquet e Loredana Loy dell’Università di Miami, ricostruisce la risposta della National Cattlemen’s Association alle conoscenze sul riscaldamento globale fra il 1986 e il 1996. Già nel 1989 un suo rappresentante aveva partecipato a un incontro dell’Agenzia statunitense per la protezione ambientale dedicato alla riduzione del metano degli allevamenti (Università di Miami).

Nei documenti esaminati emergono attività di comunicazione, monitoraggio delle campagne ambientaliste e coinvolgimento di esperti per ridimensionare pubblicamente il contributo del settore. Le autrici non hanno invece trovato prove che l’associazione studiasse o promuovesse le modifiche produttive suggerite per ridurre le emissioni.

La conclusione va letta nel suo perimetro. Gli archivi sono incompleti e non consentono di escludere iniziative autonome di singoli allevatori o imprese: il risultato riguarda la strategia documentata di un’associazione, non ogni azienda americana di quegli anni.

Dal punto di vista degli interessi commerciali dell’associazione, la scelta aveva una logica riconoscibile. Un consumatore informato del contributo della carne bovina al riscaldamento globale poteva decidere di comprarne meno. Difendere la percezione del prodotto significava cercare di proteggere il mercato ma questa era la minaccia sulla quale l’associazione concentrava l’attenzione, non l’intero problema: il rischio fisico esisteva già, anche se era meno visibile nei conti aziendali.

La comunicazione poteva difendere temporaneamente la domanda, non poteva ridurre le emissioni né sostituire gli interventi produttivi necessari. Spiegarne la logica economica non significa considerarla una risposta adeguata al problema climatico.

Al rischio reputazionale si aggiunge quello produttivo

Trentasette anni dopo, la minaccia non riguarda soltanto le scelte dei consumatori o l’immagine del settore. Le conseguenze fisiche si manifestano anche nella produzione, con effetti che possono incidere sull’operatività e sui margini nel corso di una sola stagione. Il rischio reputazionale non è scomparso: a quello si aggiunge un rischio produttivo che una campagna di comunicazione non può correggere.

Lo stress termico riduce la resa delle bovine da latte nell’anno in cui si manifesta. La scarsità idrica vincola l’operatività nel momento in cui si presenta. I costi dei mangimi seguono raccolti che possono saltare in una sola ondata di calore. L’energia per il raffrescamento si acquista alle condizioni del mercato nell’estate in cui serve, non in quelle previste a bilancio.

La conseguenza pratica riguarda ogni impresa, non soltanto gli allevamenti. Anche lasciando da parte il giudizio sulle responsabilità storiche, una strategia limitata alla difesa dell’immagine non protegge la continuità produttiva. Nessun investimento in comunicazione raffredda una stalla, riempie un invaso o recupera il latte che non è stato prodotto.

La comunicazione conserva un ruolo, ma deve rendere comprensibili interventi e risultati, non prenderne il posto. Se l’azienda non riduce la propria esposizione e non prepara alternative operative, la sua vulnerabilità rimane, con in più il tempo perduto.

Le tecnologie esistono, ma vanno lette con precisione

Sul fronte delle emissioni gli strumenti ci sono, e sono migliorati molto. Vanno però distinti, perché la confusione fra tecnologie diverse è il primo modo per sprecare un investimento.

Negli allevamenti occorre separare il metano prodotto durante la digestione dei ruminanti da quello generato nella gestione delle deiezioni. Sono due fonti diverse che richiedono interventi diversi: un impianto per trattare i liquami non elimina il gas prodotto nel rumine, così come un additivo alimentare non risolve il problema dello stoccaggio degli effluenti.

Fra le tecnologie più studiate c’è il 3-nitroossipropanolo, o 3-NOP, un additivo che interferisce con un passaggio della produzione microbica di metano nel rumine. Una metanalisi pubblicata sul Journal of Dairy Science, basata su quattordici esperimenti condotti su bovine da latte, ha stimato una riduzione della produzione giornaliera di metano di circa il 33 per cento alla dose media considerata. L’efficacia varia però con il dosaggio e con la composizione della razione: non è una percentuale trasferibile automaticamente a qualsiasi allevamento.

Nell’Unione europea il preparato è stato autorizzato nel 2022 per vacche da latte e vacche da riproduzione, alle condizioni previste. Nel 2026 l’EFSA ha avviato una raccolta di dati sulla salute e sulle prestazioni degli animali negli allevamenti che lo utilizzano. È un passaggio importante: l’innovazione va accompagnata dalla verifica sul campo, non sottratta al controllo dopo l’autorizzazione.

Risultati promettenti arrivano anche dalle alghe rosse del genere Asparagopsis. In una sperimentazione pubblicata nel 2021 su PLOS ONE, l’integrazione della razione di bovini da carne ha consentito riduzioni del metano enterico superiori all’80 per cento in determinate condizioni. Sarebbe però scorretto trasformare quel risultato nella promessa di abbattere nella stessa misura le emissioni complessive della carne: restano da valutare dosi, continuità della somministrazione, disponibilità del prodotto, sicurezza e applicabilità nei diversi sistemi, soprattutto al pascolo.

Esistono poi interventi meno appariscenti ma essenziali, che la FAO colloca all’interno di una strategia integrata: qualità dei foraggi, alimentazione equilibrata, salute degli animali, gestione della mandria e selezione genetica. Per le deiezioni, la digestione anaerobica permette di raccogliere il biogas e utilizzarlo a fini energetici, ma il beneficio dipende dalla qualità della gestione. Perdite da tubazioni, coperture e apparecchiature vanno individuate e corrette, come sottolineano le indicazioni operative dell’agenzia ambientale statunitense: installare un digestore non equivale, da solo, a garantire un risultato climatico.

La tecnologia non deve diventare la nuova scorciatoia

Esiste un rischio speculare rispetto a quello del 1989: sostituire una vecchia narrazione con una nuova. Ieri il problema veniva ridimensionato, domani potrebbe essere dichiarato risolto grazie a un additivo o a un impianto.

Per evitarlo bisogna misurare ciò che cambia davvero. Ridurre le emissioni per chilogrammo di prodotto non significa necessariamente ridurre quelle complessive: se la produzione aumenta abbastanza, il vantaggio unitario viene annullato. Una strategia credibile deve rendere visibili entrambe le grandezze.

Deve anche chiarire quali emissioni vengono considerate. Abbattere il metano enterico non cancella gli impatti dei mangimi, dell’energia, dei fertilizzanti o dell’uso del suolo. Il risultato di una singola tecnologia va collocato nel bilancio dell’intera filiera.

Questa trasparenza non penalizza le imprese che innovano davvero. È esattamente ciò che permette di distinguerle da chi si limita a usare il linguaggio della sostenibilità.

La resilienza è la parte che riguarda il bilancio

Ridurre le emissioni e adattarsi al clima che cambia sono impegni collegati ma distinti. Il primo contribuisce a contenere il problema collettivo. Il secondo determina se l’azienda sarà ancora in grado di produrre fra cinque o dieci anni.

Per un’impresa agricola italiana, oggi, è il secondo a presentare il conto più immediato. E va trattato per ciò che è: una serie di decisioni di investimento con tempi di ritorno, non un capitolo del rapporto di sostenibilità.

Le domande sono di una concretezza fastidiosa. Quanti giorni di produzione ridotta può assorbire l’azienda prima che il conto economico non torni? L’approvvigionamento idrico dipende da una sola fonte o da più fonti? Il sistema di raffrescamento tiene conto delle ondate di calore recenti e delle condizioni attese durante la vita utile dell’impianto? Che cosa succede alle bovine se la fornitura elettrica si interrompe durante un’ondata di calore, e per quante ore l’azienda è in grado di reggere in autonomia? I mangimi arrivano da un unico bacino di produzione esposto agli stessi eventi meteorologici che colpiscono l’azienda? Gli orari di lavoro e di mungitura sono stati adattati alle ore in cui il caldo è più intenso? Esistono contratti di fornitura o strumenti assicurativi che riconoscano la variabilità crescente delle rese?

Sono domande che un direttore finanziario comprende immediatamente, perché riguardano continuità operativa e rischio di controparte. Non richiedono di prendere posizione su nulla.

Alcune misure possono offrire benefici anche al di fuori delle emergenze climatiche. La diversificazione dei fornitori, per esempio, può proteggere anche dagli shock commerciali; un sistema di raffrescamento più efficiente può contenere i consumi rispetto a un impianto meno efficiente, a parità di servizio. Questo non garantisce però una bolletta più bassa, soprattutto se aumentano le ore di utilizzo o i prezzi dell’energia. La convenienza va valutata caso per caso, considerando investimento, manutenzione, consumi, produzione preservata e interruzioni evitate. L’adattamento non è soltanto una spesa in attesa del disastro: è una scelta di gestione il cui rendimento deve essere verificato.

Nessuna impresa può farlo da sola

Chiedere agli allevatori di cambiare senza affrontare il costo del cambiamento sarebbe una risposta incompleta. Una soluzione può essere efficace in una prova scientifica e restare fuori dalla portata di un’azienda per il prezzo, per le difficoltà operative o per l’assenza di assistenza tecnica.

È qui che la collaborazione diventa concreta. Le associazioni di categoria possono organizzare sperimentazioni condivise e diffonderne i risultati, compresi quelli deludenti, che sono i più utili. Le università devono poter verificare le prestazioni con autonomia. Trasformatori e distributori possono contribuire agli investimenti attraverso contratti che riconoscano i miglioramenti dimostrati, invece di scaricare l’intero costo sull’anello più debole della filiera. Le istituzioni dovrebbero favorire l’adozione di ciò che funziona, evitando che gli incentivi premino soltanto l’acquisto di una tecnologia. Banche e investitori possono finanziare un percorso verificabile di trasformazione, non una dichiarazione d’intenti.

Cooperare non significa sospendere il controllo. Significa condividere conoscenze, risorse e obiettivi mantenendo chiaro chi fa che cosa e come verranno valutati i risultati. È la condizione perché la collaborazione produca investimenti invece di comunicati.

Il punto per chi dirige un’impresa

La storia ricostruita dallo studio americano non serve a mettere sotto accusa ogni impresa di un settore. Mostra piuttosto il limite di una strategia che protegge la percezione del prodotto senza affrontarne gli impatti. Oggi quel limite è ancora più evidente, perché la capacità di produrre e mantenere i margini dipende anche dalla preparazione ai rischi fisici.

Nel 1989 il riscaldamento globale era già un problema fisico, ma l’associazione lo affrontava soprattutto come una minaccia alla domanda. Nel 2026 le conseguenze entrano direttamente nella gestione: meno latte durante il caldo intenso, più energia per il raffrescamento, acqua e foraggi meno affidabili. Non basta raccontare meglio l’azienda. Occorre intervenire su investimenti, organizzazione e misurazione dei risultati, cooperando lungo la filiera.

Le imprese che capiranno questo passaggio per prime avranno un vantaggio concreto su quelle che lo scopriranno durante la prossima emergenza, quando le decisioni saranno più costose e il margine per prenderle molto più stretto.

La reputazione può accompagnare il cambiamento. Non può prenderne il posto, e soprattutto non può più sostituirlo.

Articoli correlati

Back to top button