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Clima che cambia: il carbonio che rilasceremo entro il 2050

Quello che immettiamo nell'atmosfera nei prossimi venticinque anni deciderà la traiettoria del clima per i secoli a venire — e la parte più difficile non è la tecnologia

Quando si parla di crisi climatica la mente corre alle immagini: i fiumi che scavalcano gli argini, il fronte di fuoco che avanza sulle colline, il termometro che segna quarantatré gradi a fine giugno. Sono immagini vere, ma sono l’ultimo fotogramma di una catena. Dietro tutte, senza eccezione, c’è un protagonista invisibile e monotono: gli atomi di carbonio che estraiamo dal sottosuolo e restituiamo all’aria sotto forma di anidride carbonica.

La monotonia è precisamente il punto. Il clima non risponde ai singoli eventi, risponde a un accumulo. E l’accumulo, a differenza degli eventi, è misurabile in anticipo. È questo che rende il periodo che abbiamo davanti diverso da qualunque altro: per la prima volta possiamo leggere il conto prima che ci venga presentato.

La contabilità di un pianeta

Chi guarda i dati delle emissioni globali cercando l’inizio della discesa resta deluso. La curva non sta scendendo. Nel migliore dei casi si sta appiattendo: le proiezioni basate sulle politiche energetiche oggi effettivamente in vigore — non su quelle annunciate, non su quelle promesse ai vertici internazionali — collocano il picco delle emissioni globali intorno alla metà del prossimo decennio. Da lì in avanti la flessione prevista è lenta, quasi inerziale, e del tutto insufficiente rispetto a quanto servirebbe.

Tradotto in cifre: se continuiamo così, da qui al 2050 riverseremo nell’atmosfera qualcosa come mille miliardi di tonnellate di anidride carbonica aggiuntive. Sono numeri che sfuggono all’intuizione, e per questo conviene ancorarli a una misura più maneggevole soprattutto perché non è una scadenza politica, è un confine fisico.

Quella misura si chiama concentrazione atmosferica, e si esprime in parti per milione. Nel 1850, all’alba dell’era industriale, l’atmosfera terrestre conteneva circa 280 molecole di anidride carbonica ogni milione di molecole d’aria. Oggi siamo oltre quota 425, e la curva registrata dall’osservatorio di Mauna Loa — la serie di misure ambientali continuative più lunga e più famosa del mondo — sale di circa due o tre parti per milione ogni anno, con un’accelerazione che negli ultimi decenni non ha mai dato segni di stanchezza.

Il dato geologico è più eloquente di qualsiasi allarme. Per gli ultimi ottocentomila anni, ricostruiti attraverso le bolle d’aria intrappolate nelle carote di ghiaccio antartico, la concentrazione di anidride carbonica ha oscillato tra circa 180 e 300 parti per milione, seguendo il respiro lento delle glaciazioni. Non ha mai superato quella soglia. Per trovare un’atmosfera come quella che stiamo costruendo bisogna risalire al Pliocene, tre o quattro milioni di anni fa, quando il livello dei mari era parecchi metri più alto e sulla Groenlandia crescevano foreste. Non è una minaccia futura: è una condizione già in corso di ricostituzione, con la sola differenza che il pianeta impiegherà secoli ad adeguarsi a un cambiamento che noi abbiamo prodotto in centocinquant’anni.

Perché due gradi non sono due gradi

Il meccanismo fisico è noto dal 1856, quando la scienziata americana Eunice Foote osservò che un contenitore d’aria arricchito di anidride carbonica esposto al sole si scaldava più degli altri e impiegava più tempo a raffreddarsi. Pochi anni dopo John Tyndall lo misurò in laboratorio, e alla fine del secolo Svante Arrhenius provò già a calcolare di quanto si sarebbe scaldata la Terra raddoppiando il carbonio in atmosfera. Il riscaldamento globale non è una scoperta recente: è una previsione ottocentesca che si sta verificando puntualmente.

Il funzionamento è asimmetrico, ed è qui che sta tutto. La radiazione solare che arriva sulla Terra è concentrata nelle lunghezze d’onda visibili, e per quelle l’anidride carbonica è sostanzialmente trasparente: entra senza ostacoli. La superficie terrestre assorbe quell’energia e la riemette verso l’alto sotto forma di radiazione infrarossa, a lunghezze d’onda molto maggiori. Ed è proprio lì che le molecole di anidride carbonica — insieme al vapore acqueo, al metano, al protossido di azoto — entrano in azione: assorbono quell’infrarosso e lo riemettono in tutte le direzioni, anche verso il basso. Il calore fa più fatica a lasciare il sistema. Non è tanto una serra, come vuole la metafora scolastica, quanto una coperta: aggiungere carbonio all’atmosfera significa infittire la trama del tessuto, non alzare il fuoco sotto la pentola.

Sulla base di questa fisica, e delle politiche attualmente in vigore, la temperatura media globale nel 2050 dovrebbe collocarsi intorno a un aumento compreso fra 1,7 e 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. Detto così sembra poco. Un paio di gradi è la differenza fra un mattino e un pomeriggio, fra una stanza e un’altra.

L’errore sta nel confondere la variabilità locale con la media globale. Fra il picco dell’ultima glaciazione — quando l’Europa settentrionale era sepolta sotto centinaia di metri di ghiaccio e il livello del mare era oltre cento metri più basso di oggi — e il mondo preindustriale corrono all’incirca cinque o sei gradi di temperatura media globale. Un grado di media globale non è un grado in più sul termometro di casa: è uno spostamento dell’intero assetto energetico del pianeta, che si scarica in modo diseguale su regioni, stagioni e fasce orarie. L’Artico si sta scaldando a una velocità circa tre volte superiore alla media; le notti si scaldano più dei giorni; gli estremi si spostano molto più in fretta delle medie.

Le conseguenze concrete di quello spostamento sono ormai documentate anno dopo anno. Le ondate di calore che una volta si presentavano una volta ogni cinquant’anni tornano oggi ogni pochi anni, e nel bacino del Mediterraneo — che si scalda più in fretta della media planetaria — le estati oltre i quaranta gradi stanno passando dallo stato di eccezione a quello di normale ricorrenza, con effetti diretti sulla mortalità delle fasce fragili, sulla resa dei raccolti e sulla semplice possibilità di lavorare all’aperto in certe ore della giornata.

Un’atmosfera più calda, poi, contiene più energia e più umidità: circa il sette per cento in più di vapore acqueo per ogni grado guadagnato. È il motivo per cui alluvioni e siccità severe non sono fenomeni opposti ma facce dello stesso processo. La stessa quantità di pioggia, redistribuita in eventi più rari e più violenti, produce contemporaneamente terreni più secchi e piene più devastanti.

E infine c’è il mare, che è la parte più lenta e più irreversibile della vicenda. Gli oceani hanno assorbito oltre il novanta per cento del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico, e si dilatano scaldandosi. A questo si somma l’acqua dolce che arriva dai ghiacciai in ritirata e dalle calotte polari. Il livello globale del mare sale attualmente di poco più di quattro millimetri l’anno, a ritmo crescente. Sono cifre che sembrano trascurabili fino a quando non si guarda una carta batimetrica dei delta fluviali: nel Nilo, nel Mekong, nel Gange-Brahmaputra, nella nostra pianura padana orientale, pochi decimetri decidono la salinità delle falde, la coltivabilità dei suoli e l’abitabilità di aree dove vivono decine di milioni di persone.

I punti di non ritorno, spiegati bene

Nel linguaggio corrente i cosiddetti punti di non ritorno vengono raccontati come un precipizio: si cammina, si supera il bordo, si cade. È un’immagine efficace e in buona parte fuorviante.

Quello che gli studiosi del clima descrivono sono elementi di svolta: sottosistemi del pianeta che, oltre una certa soglia, passano a un nuovo assetto e non tornano indietro anche se si riportassero le temperature al punto di partenza. La calotta della Groenlandia e quella dell’Antartide occidentale, la circolazione oceanica del Nord Atlantico, la foresta amazzonica, il permafrost siberiano, le barriere coralline tropicali. Le soglie non sono note con precisione, si collocano in intervalli ampi, e in molti casi il passaggio non avviene in un giorno ma si dispiega su secoli. La disintegrazione di una calotta glaciale non è un crollo, è una condanna: il momento in cui diventa inevitabile e il momento in cui si compie sono separati da molte generazioni.

Questo cambia il modo corretto di ragionare. Non esiste una data oltre la quale è finita e prima della quale siamo salvi. Esiste un rischio che cresce con ogni decimo di grado, e ogni decimo di grado risparmiato è un pezzo di rischio in meno. È una notizia meno drammatica di un precipizio, ma molto più utile: significa che non c’è nessun momento in cui abbia senso smettere di provarci.

Azzerare non basta più

C’è un aspetto della fisica del clima che il dibattito pubblico ha assorbito solo in parte: l’anidride carbonica non si smaltisce come lo smog. Una quota consistente di quella che immettiamo oggi resterà a fare il suo lavoro per secoli, e una frazione per millenni. Questo significa che raggiungere le emissioni nette zero non fa scendere le temperature: le stabilizza, all’incirca, al livello raggiunto. Il termostato non torna indietro da solo.

Ne discende la doppia strategia che orienta ormai tutti gli scenari compatibili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Da un lato ridurre le emissioni fino ad azzerarle, che resta di gran lunga la parte più importante e più conveniente del lavoro. Dall’altro rimuovere attivamente dall’atmosfera il carbonio già emesso, per compensare i settori dove l’azzeramento è tecnicamente arduo — l’aviazione a lungo raggio, il cemento, l’acciaio, l’agricoltura — e per iniziare a intaccare lo stock accumulato. Gli scenari di riferimento collocano il fabbisogno di rimozione fra i cinque e i dieci miliardi di tonnellate all’anno entro metà secolo.

Qui va detto con onestà dove siamo. Le rimozioni convenzionali — sostanzialmente la gestione forestale e del suolo — sottraggono già oggi qualche miliardo di tonnellate l’anno, ma sono fragili: un incendio o un cambio di destinazione d’uso restituisce all’atmosfera in una stagione quanto un bosco ha immagazzinato in decenni. Le rimozioni durature, quelle che sigillano il carbonio nel sottosuolo o nei minerali, sono oggi dell’ordine di poche centinaia di migliaia di tonnellate l’anno a livello mondiale: quattro ordini di grandezza sotto l’obiettivo. Chiunque presenti la cattura del carbonio come l’alternativa alla riduzione delle emissioni sta descrivendo una tecnologia che non esiste alla scala richiesta.

La riduzione, invece, ha dalla sua una dinamica economica che dieci anni fa nessuno prevedeva. Il costo del fotovoltaico è crollato di oltre il novanta per cento in un decennio, quello delle batterie in misura comparabile, e in gran parte del mondo costruire nuova capacità solare o eolica costa meno che continuare a far funzionare impianti fossili esistenti. Le rinnovabili coprono ormai la quota maggioritaria della nuova capacità elettrica installata ogni anno sul pianeta. La transizione non è ferma perché manca la tecnologia: è più lenta del necessario per ragioni di reti elettriche, di autorizzazioni, di capitale immobilizzato in infrastrutture fossili non ancora ammortizzate, e di equilibri politici interni ed esteri.

Perché proprio il 2050

La data non nasce da un trattato né da un calcolo burocratico. Nasce da una sottrazione.

Esiste una quantità cumulativa di carbonio che possiamo ancora emettere prima di superare una data soglia di riscaldamento — quello che si chiama bilancio del carbonio residuo. Per mantenersi entro 1,5 gradi con probabilità ragionevole quel bilancio si aggira, secondo le stime più recenti, intorno alle duecento miliardi di tonnellate. Ne emettiamo poco più di quaranta all’anno. La divisione la può fare chiunque, e il risultato è un numero a una cifra: la soglia di 1,5 gradi, di fatto, sarà attraversata nel corso di questo decennio o all’inizio del prossimo. Il bilancio per restare sotto i due gradi è più capiente, ma non illimitato, e con le emissioni attuali si esaurisce entro i primi anni Cinquanta.

Ecco perché la metà del secolo è il vero crinale. Non è il momento in cui succede qualcosa: è il momento entro il quale il margine di manovra si chiude. Il carbonio che decidiamo di emettere o di risparmiare da qui ad allora stabilirà di quanti decimetri saliranno i mari nel 2200, quali specie attraverseranno il collo di bottiglia e quali no, quanto resteranno abitabili nei mesi estivi le città in cui viviamo.

Il cambiamento climatico non è un destino che subiremo. È l’esito aggregato di decisioni industriali, energetiche, urbanistiche e finanziarie che qualcuno sta prendendo in questo momento, e che sono ancora modificabili. La differenza fra i due modi di raccontarlo non è retorica: la prima versione produce rassegnazione, la seconda produce politica. E in una vicenda in cui ogni decimo di grado risparmiato conta davvero, la rassegnazione è l’unico errore veramente irreversibile.

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