Territorio

Il Mediterraneo che si scalda: come le ondate di calore marine stanno cambiando l’ecosistema

Quando si parla di cambiamento climatico, spesso l’attenzione si concentra sulle temperature dell’aria, sulle estati sempre più torride o sugli eventi meteorologici estremi. Esiste però un fenomeno meno visibile, ma altrettanto importante: le ondate di calore marine, periodi prolungati in cui la temperatura del mare supera significativamente i valori normali stagionali. Nel Mediterraneo questi eventi stanno diventando sempre più frequenti, intensi e persistenti, trasformando profondamente gli ecosistemi marini.

Lo scorso anno, il 2025, è stato un anno emblematico. Secondo il programma europeo Copernicus Climate Change Service, il Mediterraneo ha registrato una temperatura superficiale media di 21,35 °C, circa 1 °C sopra la media climatica, risultando il secondo anno più caldo mai osservato nel bacino. In diversi momenti dell’anno, l’intero Mediterraneo ha sperimentato condizioni di forte stress termico, con vaste aree classificate in stato di ondata di calore marina “severa” o addirittura “estrema”.

Ma che cosa significa davvero per il mare essere “troppo caldo”? E quali conseguenze ha sugli organismi che lo abitano?

Le ondate di calore marine non rappresentano soltanto un aumento temporaneo della temperatura dell’acqua. Per molte specie marine equivalgono a un evento di stress biologico intenso, simile a ciò che un’ondata di calore atmosferica può provocare sugli esseri umani.

Pesci, coralli, spugne, molluschi e alghe sono adattati a vivere entro determinati limiti termici. Quando le temperature superano tali soglie per settimane o mesi, gli organismi faticano a respirare, nutrirsi e riprodursi. Le conseguenze possono essere drammatiche: riduzione della crescita, maggiore vulnerabilità a malattie e, nei casi più gravi, vere e proprie mortalità di massa.

Uno studio coordinato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha documentato che tra il 2015 e il 2019 le ondate di calore marine nel Mediterraneo hanno provocato episodi di mortalità in oltre 50 specie marine, lungo migliaia di chilometri di costa. Gorgonie, coralli mediterranei, spugne e macroalghe sono stati tra gli organismi più colpiti, con danni osservati fino a circa 45 metri di profondità. Questi eventi non sono isolati: gli scienziati osservano ormai un aumento costante della frequenza delle crisi ecologiche legate al caldo marino.

La crisi della posidonia: il “bosco sommerso” del Mediterraneo

Tra le vittime più vulnerabili delle ondate di calore marine c’è la Posidonia oceanica, una pianta marina fondamentale per la salute del Mediterraneo. Sebbene spesso venga confusa con un’alga, la posidonia è una vera e propria fanerogama marina, dotata di radici, foglie e fiori.

Le sue praterie sommerse svolgono un ruolo ecologico cruciale. Costituiscono habitat e nursery per numerose specie di pesci, proteggono le coste dall’erosione e immagazzinano grandi quantità di carbonio, contribuendo a mitigare il cambiamento climatico. Eppure questo ecosistema è oggi fortemente minacciato. Il riscaldamento del mare provoca uno stress termico che rallenta la crescita della pianta e aumenta la mortalità delle praterie. Secondo le valutazioni riportate da Copernicus, negli ultimi cinquant’anni il Mediterraneo avrebbe perso fino al 34% delle sue praterie di posidonia, a causa della combinazione tra cambiamento climatico e pressioni umane come ancoraggi, urbanizzazione costiera e inquinamento.

Se il riscaldamento dovesse proseguire ai ritmi attuali, alcuni scenari prevedono che entro il 2050 potrebbe andare perduta una quota molto significativa degli habitat idonei alla sopravvivenza della specie.

Un Mediterraneo sempre più tropicale

Le ondate di calore marine stanno modificando anche la distribuzione geografica delle specie. Molti organismi tipici di acque più fredde tendono a spostarsi verso nord o a vivere a profondità maggiori, dove le temperature sono più tollerabili. Al contrario, specie abituate a climi più caldi stanno espandendo il proprio areale nel Mediterraneo. Gli studiosi definiscono questo processo “tropicalizzazione del Mediterraneo”. In pratica, il mare sta progressivamente assumendo caratteristiche biologiche più simili a quelle di ambienti subtropicali.

Questo cambiamento altera gli equilibri della catena alimentare marina. La disponibilità di nutrienti può diminuire, il fitoplancton (base dell’ecosistema oceanico) può cambiare composizione e molte relazioni tra predatori e prede vengono modificate. Anche la pesca può risentirne: specie tradizionalmente abbondanti diventano più rare, mentre ne compaiono di nuove.

Un problema ecologico, ma anche economico

Le conseguenze delle ondate di calore marine non riguardano soltanto la biodiversità. Quando un ecosistema si degrada, anche le attività economiche umane possono subire effetti rilevanti. La perdita delle praterie marine riduce la disponibilità di habitat per specie commerciali importanti, il deterioramento degli ambienti costieri rende le spiagge più vulnerabili all’erosione, alterazioni dell’equilibrio ecologico possono favorire fenomeni come proliferazioni algali e mucillagini, con possibili ripercussioni sul turismo.

 

Elisabetta Ruffolo

Elisabetta Ruffolo (Milano, 1989) produttrice Tv e Giornalista. Approda a Meteo Expert nel 2016 dove si occupa di coordinare le attività di divulgazione scientifica in ambito televisivo e radiofonico sulle reti Mediaset. Laureata in Public Management presso la facoltà di Scienze politiche dell’Università degli studi di Milano. Ha frequentato l’Alta scuola per l’Ambiente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore per il Master in Comunicazione e gestione della sostenibilità.

Articoli correlati

Back to top button