Alpi e Appennini sotto stress: le ondate di calore stanno trasformando le montagne

Quando si pensa alle ondate di calore, l’immagine più comune è quella delle città soffocate dall’afa o delle pianure rese aride dalla siccità. Più raramente si immagina che anche le montagne, tradizionalmente associate al fresco, siano tra gli ambienti più vulnerabili al riscaldamento globale. Eppure le Alpi e gli Appennini stanno cambiando rapidamente, proprio a causa dell’aumento delle temperature e della crescente frequenza delle ondate di calore.
Negli ultimi decenni il caldo estremo non è più un fenomeno occasionale. Le temperature elevate persistono per periodi sempre più lunghi e colpiscono anche quote montane. Gli effetti non riguardano soltanto il paesaggio: coinvolgono ecosistemi, disponibilità d’acqua, biodiversità e persino la sicurezza del territorio.
Gli Appennini: montagne mediterranee sempre più calde
Gli Appennini, la lunga dorsale montuosa che attraversa l’Italia da nord a sud, stanno sperimentando un aumento molto marcato delle ondate di calore. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Atmospheric Research ha evidenziato che nel periodo 1991–2020 gli episodi estivi di caldo estremo sono aumentati di circa il 134% rispetto al periodo 1961–1990. Anche in primavera gli eventi sono cresciuti in modo significativo, con un incremento superiore al 100%.
Questo cambiamento ha conseguenze profonde sugli ecosistemi montani. Le foreste appenniniche, in particolare le faggete e le aree boschive di quota, sono sottoposte a un crescente stress idrico. Temperature elevate e scarsità di piogge aumentano l’evaporazione dell’acqua dal terreno e dalle piante, rendendo più difficile la sopravvivenza degli alberi. Le foreste indebolite diventano inoltre più vulnerabili a malattie, infestazioni di insetti e incendi boschivi. In alcuni casi il caldo persistente altera persino il ritmo biologico delle specie vegetali, anticipando la fioritura o modificando i periodi di crescita.
Anche la fauna montana è costretta ad adattarsi. Molte specie tendono a spostarsi verso quote più elevate alla ricerca di temperature più fresche. Ma questa strategia ha un limite evidente: sulle montagne, prima o poi, “non si può salire oltre”. Le specie già presenti sulle cime rischiano quindi di perdere progressivamente il proprio habitat naturale.
Le Alpi: il grande serbatoio d’acqua d’Europa in trasformazione
Se gli Appennini soffrono soprattutto per la siccità e lo stress forestale, le Alpi affrontano una minaccia ancora più visibile: la perdita accelerata di neve e ghiacciai.
Le Alpi sono considerate uno dei principali hotspot climatici europei, aree in cui il riscaldamento procede più velocemente della media globale. Le ondate di calore estive accelerano lo scioglimento della neve e della massa glaciale, riducendo progressivamente una riserva d’acqua fondamentale non solo per l’Italia, ma per gran parte dell’Europa.
I ghiacciai alpini funzionano infatti come enormi serbatoi naturali: accumulano neve in inverno e rilasciano acqua gradualmente durante i mesi più caldi. Quando il caldo diventa troppo intenso e prolungato, questo equilibrio si rompe. In un primo momento i fiumi possono sembrare più ricchi d’acqua a causa della fusione accelerata, ma nel lungo periodo il problema si ribalta: le riserve diminuiscono e l’acqua disponibile in estate si riduce.
Un altro fenomeno preoccupante riguarda il permafrost alpino, cioè il ghiaccio presente nel sottosuolo delle alte montagne. Questo strato agisce come una sorta di “collante naturale” per rocce e pendii. Le ondate di calore ne accelerano il disgelo, aumentando il rischio di frane, crolli rocciosi e instabilità dei versanti.
Montagne diverse, stessa vulnerabilità
Alpi e Appennini reagiscono in modi differenti al caldo estremo, ma condividono una stessa fragilità: entrambe stanno cambiando rapidamente sotto la pressione del riscaldamento climatico. Negli Appennini il problema si manifesta soprattutto attraverso la crisi delle foreste e delle risorse idriche; sulle Alpi emerge nella ritirata dei ghiacciai e nell’instabilità geomorfologica. In entrambi i casi, però, il rischio è quello di perdere ecosistemi costruiti in migliaia di anni e servizi naturali essenziali per la vita umana.