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Meteo, perché i temporali sono così difficili da prevedere?

L’inizio di maggio è cominciato con l’instabilità lungo la nostra penisola; parliamo di giornate che presentano la formazione di improvvisi e localizzati rovesci o temporali a macchia di leopardo concentrati soprattutto nel pomeriggio. Tali fenomeni rispecchiano la dinamicità della primavera, infatti al contrario di come alcune persone pensino questo non è un periodo prevalentemente soleggiato, ma caratterizzato mediamente da un’elevata variabilità delle condizioni meteorologiche.

Con la primavera torna l’instabilità: perché i temporali sono difficili da prevedere?

Con il maggiore soleggiamento dovuto all’avanzamento della stagione, unito alla presenza di correnti più fresche in quota, abbiamo la frequente formazione di fenomeni temporaleschi dapprima a ridosso dei rilievi e poi via via verso le pianure.

Tra tutti gli eventi meteorologici, i temporali sono di gran lunga quelli più complicati da prevedere. Questo perché, a differenza delle classiche perturbazioni atlantiche autunnali, sono estremamente localizzati nello spazio.

Ad esempio, in una giornata in cui c’è la possibilità di sviluppo di temporali, è possibile che in una località si abbiano accumuli di pioggia importanti mentre a pochi km di distanza non scenda nemmeno una goccia d’acqua.

Queste difficoltà di previsione derivano anche dal meccanismo atmosferico che porta alla formazione dei temporali. Questi infatti necessitano di due ingredienti principali per potersi formare: la presenza di energia da sfruttare per la convezione e una scintilla che faccia partire il processo.

La prima è stimata dall’indice CAPE (convective available potential energy), che appunto quantifica l’energia potenziale disponibile per i moti convettivi e si misura in J/kg. Il CAPE ci dice quindi quanti Joule di energia riceve ogni chilogrammo di aria durante il suo moto ascendente. La sola energia però non basta, in quanto serve una forzante che dia l’inizio ai fenomeni.

Questa può essere di origine orografica come ad esempio una massa d’aria sollevata da un rilievo montuoso. I modelli meteorologici devono avere una risoluzione abbastanza elevata da stimarne il più correttamente possibile l’altezza, in modo da poter quantificare la sua influenza sui moti della bassa troposfera. Altri tipi di forzanti possono essere date dal surplus di calore fornito dal riscaldamento diurno di un’area urbana o da una convergenza di venti al suolo, in cui ad esempio un vento secco di caduta da una catena montuosa va a scontrarsi con venti più umidi provenienti dalla direzione opposta.

Convezione pomeridiana satellite 2 maggio 2022. Sat24

E’ interessante far notare come spesso i venti che fanno da innesco a temporali, sono le correnti di outflow in uscita da altre celle temporalesche. Questo può far quindi comprendere come un solo elemento possa, con un effetto a catena, causare la genesi di altri temporali (che hanno interazioni tra loro).

La difficoltà in questo caso sta soprattutto nel fatto che, anche con i modelli più aggiornati e con la migliore risoluzione, non è possibile sapere con certezza la zona e l’orario precisi in cui andranno a formarsi le convergenze, e questo, per una precisa località, può fare la differenza tra vedere un intenso temporale o avere cielo sereno.

Anche in presenza di elevata energia a disposizione è inoltre possibile che non vi sia un innesco dei fenomeni. Questo può essere causato da uno strato di inversione termica (uno strato in cui l’aria a una certa quota è più calda di quella sottostante) in bassa-media troposfera. L’aria calda, essendo meno densa, funge da “tappo” ai moti verticali. I modelli meteorologici e il previsore devono in questo caso cercare di valutare se il “tappo” possa saltare oppure no.

Esempio di forte precipitazione localizzata – foto di Alessandro Piazza

A tutto ciò si aggiunge il fatto che al di sotto di un temporale ci sono aree in cui banalmente non avvengono precipitazioni (ad esempio al di sotto dell’area delle correnti ascensionali in alcune tipologie di temporali), aree in cui avvengono precipitazioni deboli e aree in cui i fenomeni sono più intensi. Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo: “il temporale ha fatto appena qualche goccia, tanto fumo e niente arrosto”.

In realtà un temporale che presenta una forte attività elettrica, caratterizzata ad esempio da molti fulmini nube suolo, è quasi sempre un temporale intenso; la zona dei fenomeni più severi colpirà però un’area limitata, mentre la maggior parte del territorio assisterà a precipitazioni deboli o moderate.

Queste sono solo alcune delle casistiche che possono determinare la difficoltà di una previsione di eventi temporaleschi. Bisogna  innanzitutto saper interpretare i parametri forniti dai modelli matematici e valutarne l’errore intrinseco. È importante poi, a peggioramento in corso, tenere d’occhio costantemente l’evoluzione degli eventi in tempo reale (utilizzando un radar meteorologico) perché le condizioni possono mutare molto velocemente.

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Dal 2014 ci occupiamo di divulgazione scientifica nel campo della meteorologia, con attenzione particolare a temporali e fenomeni estremi. Raccogliamo dati con il fine di catalogare e classificare i tornado che avvengono sul suolo italiano grazie alla nostra estesa rete di segnalatori sui social media. Gruppo composto da Federico Baggiani, Stefano Salvatore e Alessandro Piazza.

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